Il mio scatto libero

Le fotografie aprono spiragli su mondi nascosti. Apparentemente, fissano immagini in modo che si sarebbe tentati di definire “oggettivo”; ma, in realtà, rappresentano realtà ulteriori rispetto a quella immortalata su pellicola o su supporto digitale. Rappresentano sempre il “punto di vista” del fotografo, che, già nella scelta di una prospettiva o di un angolo visuale piuttosto che di un altro, denuncia la sua personale visione del mondo. Qualcuno si spinge addirittura a dire che il fotografo modifica fisicamente la realtà nel momento stesso in cui preme il pulsante di scatto.

Questo è particolarmente vero per coloro che aderiscono al progetto SCATTO LIBERO. Un’iniziativa che sarebbe riduttivo considerare solo una tappa nel processo di recupero e rieducazione del detenuto. Analogamente ad similari iniziative in altri campi (es. il teatro, la scrittura creativa), anche il progetto di Tania Boazzelli e Eloisa Saldari va al di là del pur meritevole scopo sociale e lascia adito a concrete ambizioni artistiche.

I detenuti non sono personaggi della scena culturale. Sono esordienti assoluti o, nella migliore delle ipotesi, hanno avuto solo esperienze amatoriali prima della reclusione. Sono vincolati alla necessità di lavorare in una rigida unità di tempo e di luogo. Eppure, ecco le foto che non t’aspetti, opere che possono competere nella modestia di mezzi tecnici con quelle di tanti decantati fotografi abbandonati dall’ispirazione. Non c’è trucco, non c’è inganno: le foto sono dei detenuti, espressioni loro e solo loro, senza ritocchi, senza “aiutini”, autentiche ed emozionanti nel loro candore dilettantistico.

L’ispirazione parte sempre da un dettaglio: un graffito sul muro, un riflesso in una pozzanghera, e altre piccolezze che, nell’universo concentrazionario del carcere, assurgono a segnali di una topografia interiore. Le foto – ci dicono le curatrici – sono frutto dell’improvvisazione, ma, anche se non studiate a tavolino, rispecchiano senza volerlo la storia personale degli interessati. Come a dire: l’obiettivo è rivolto verso l’esterno, ma è l’interno, l’intimo ad essere rappresentato.

Non è un caso che gli scatti siano tutti rigorosamente in bianco e nero. Si tratta di una legittima opzione estetica, che meglio rende i limitati cromatismi dello scenario di riferimento. Di più: è l’unico, convincente approccio per descrivere un purgatorio in terra, un luogo dove il conflitto fra il bianco della legge e il nero del crimine sfuma nel grigio della redenzione.

Le foto non hanno un titolo (datelo voi che le guardate), ma hanno dietro un autore in piena regola. Se anche solo un talento sbocciasse fra le mura di Rebibbia per effetto di SCATTO LIBERO, beh, ne sarà valsa la pena.

Errico Passaro
scrittore e giornalista

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